L’ecosistema degli OpenData…e il deserto

Open data and the desert” di Mor Rubinstein 

Di questo articolo la bravissima Erika Marconato ha fatto una traduzione, non solo letteraria ma spiegando in prefazione il metodo e l’interpretazione utilizzata. Il post risultate, su Medium, è un articolo intensissimo e degno di tantissimi spunti di riflessione. Finalmente un discorso a 360 gradi e non la solita visione banale e scontata di tanti commentatori di oggi.

Il post termina con un Call to action:

Quindi? Se questo argomento è importante per te quanto lo è per me (e so che è così per molte persone), lascia un commento a questo blog post (oppure nei commenti del blog post originale N.d.T.). Facciamone un documento per il futuro del movimento degli Open Data. Non concordi con me? Dimmi perché. Pensi di poter definire “openness”? Fallo, per favore!

 

Unpacking Open Data
Unpacking Open Data – Wikipedia Lic CC-BY-SA

 

Ho colto la palla al balzo e ho commentato con alcune mie riflessioni questo articolo sotto al post su Medium. Ho pensato possa essere utile a tutti, avere questi miei commenti, riscritti in questo blog italiano a futura memoria.

 

Una riflessione molto bella e condivisibile nella stragrande maggioranza delle singole affermazioni. La traduzione ho decisamente aiutato la comprensione del testo e ringrazio Erika per questo sforzo donato alla collettività.

Entrando nel merito della call to action finale, per fare un documento finale per il futuro del movimento degli opendata, mi sento di aggiungere alcune mie personali riflessioni:

  1. Il termine OpenData non identifica solo “Data” ma anche “Open”. Se ci interroghiamo come ha fatto l’autrice sulla declinazione del suo significato, rimarcherei il fatto che Open è anche apertura bidirezionale. Costruire insieme alla comunità il paniere dei dati più importanti per tutti, genera un’ecosistema (direi un’economia) circolare dei dati. Cosi credo vada vista la parte “del cane che si morde la coda”. Soffermarsi su come sono i dati (struttura, qualità, quantità, varietà ect) viene un passo dopo la domanda di fondo: a chi servono. Difficile che uno stake holder ti chieda: voglio un dataset con l’elenco puntuale del consumo di suolo per area di censimento. Semmai esprime un bisogno generale di conoscere se le politiche urbanistiche sono compatibili con uno sviluppo sostenibile e con , ad esempio, la quantità di verde o piste ciclabili per quartiere ect. Quindi se c’è dialogo in zone di compensazione (il legislatore le identifica in italia con il Team OpenData) ma che personalmente potenzierei in vere e proprie consulte per la produzione dei dati, con professionalità che vadano dai sociologi, ai tecnici dei dati, ai politici, ai facilitatori della partecipazione. Cosi facendo il dilemma del digitale e del gap generazionale (e mentale) si affievolisce perchè si passa dagli strumenti ai bisogni. Se il cittadino anziano dice che vorrebbe sapere se vive nella zona migliore per la sua vita quotidiana, se si possono migliorare i servizi, trasporti, parchi, ect poi c’è bisogno che un team interdisciplinare fornisca al decisore pubblico (Politico o Amministrativo) i dati per prendere appunto delle decisioni. Inoltre tali dati devono essere rappresentati, perchè in ottica di ecosistema circolare, devono essere capiti anche dal signore anziano che ha posto la domanda. Ecco poi l’intervento dell’esperto della Data Viz per aiutare il dialogo.
  2. Il soggetto produttore del dato, cambia di molto il dato grezzo che abbiamo a disposizione “in uscita”. Gli opendata comunitari come quelli di OpenStreetMap o Wikipedia, sono strutturati benissimo e sono interoperabili. Quelli prodotti da una PA locale, legati per esempio al censimento delle Masserie storiche piuttosto che l’elenco del menù della Mensa Scolastica per la Scuola di Primo Grado, implicano una progettazione a monte, una costruzione del dataset ed una pubblicazione che è quasi esclusivamente manuale. Non ci sono webservices o DAF (framework a livello di PA centrali) che tengano. Sono dati che provengono dalla scrivania del singolo dipendente ma che impattano su QUELLA comunità in maniera assolutamente importante e imponente. Ho citato questi due argomenti (Masserie e Mensa) perchè in molti comuni pugliesi sono gli argomenti più richiesti.
  3. L’analisi del mondo degli OpenData, secondo ovviamente il mio personale punto di vista, non va messa a sistema con benchmark eterogenei. Non puoi paragonare New York o Santander con Lecce o Trento. Non puoi paragonare la Banca dati dei Lavori Pubblici (BDAP) con il dataset sulla mensa scolastica. Ci sono dei panieri che sono sia orizzontali che verticali. Ad esempio : i Trasporti pubblici. Prima di partire in quarta nel creare dati in formato GTFS o API o quello che vogliamo, chiediamoci: a che livello di territorio impatto? cittadino? extraurbano? regionale? italiano? (Trenitalia). Poi dovrei chiedermi: ho coinvolto il decisore (ad esempio) della Regione e creato un tavolo con tutti i gestori? ho ottenuto una pubblicazione omogenea dei dati per tutto quel territorio? abbiamo scelto uno standard che magari può aiutare progetti emersi su tavoli nazionali come OpenTrasporti? Mi sono coordinato con l’AGID secondo le loro linee guide? (se ci sono per quell’argomento). Insomma prima di arrivare al “Dato” ho ragionato sul processo per cui quel dato impatterà sulla società? Ho pianificato la campagna di comunicazione? ho pensato a contest che stimolino gli esperti a fare la famosa trasformazione da dati grezzi a servizi per cittadini? (apps, webapp, webservices ect). Insomma ho ragionato in ottica di Politiche degli OpenData? Se l’ho fatto, le risposte vanno a catena. Allora che i dati li fornisca un singolo funzionario “a mano” o che Trenitalia li fornisca in tempo reale, sono tutti concetti secondari. Ad esempio i files dei trasporti locali in GTFS cambiano ogni 6 mesi (media). Una volta pubblicato il dato, magari proveniente da un applicativo interno all’azienda dei trasporti ed esposto sul catalogo dati dell’ente (comune), va pubblicizzato. e tale pubblicazione poi puoi essere anche manuale..
  4. Gli OpenData devono essere lo sfondo comune su cui muoversi. A seconda delle professionalità delle persone coinvolte, diventano fine e mezzo. Per l’esperto informatico magari è il fine il miglioramento e l’automazione delle pubblicazione, per il policy maker è lo sfondo per portare avanti politiche di partecipazione. Senza parlare del coinvolgimento della popolazione scolastica che potrebbe in larga parte arricchire il patrimonio base del comune o del museo. Immaginate le ricerche su chiese, su tombe monumentali, su masserie abbandonate, su reperti archeologici. un singolo file di 10 records, può essere la base per la costruzione di un intero libro o prodotto digitale per far conoscere un territorio e le sue ricchezze. Si pensi ai luoghi del terremoto. Cosa rappresenta il singolo bene, di quella Chiesa distrutta, per la comunità locale (luogo di incontro per la festa patronale ect). Sono tante cose che poi sono in parte svolte da soggetti diversi. RaiRadio3 per esempio ha realizzato interviste radiofoniche proprio sui “borghi” del Terremoto per raccogliere testimonianze su luoghi che oggi non ci sono più e tali dati sono stati georiferiti e pubblicati in opendata su archeoarte.it .
  5. Tornando all’ecosistema OpenData, insisto sul termine eco-sistema perchè credo fermamente nella circolarità delle azioni. Tutte utili, alcune indispensabili, ancora nessuna sufficiente. In parole povere ognuno di noi ha un compito importantissimo. Deve riconoscere l’importanza dei compiti degli altri ed agganciarsi ad essi in una metafora di staffetta ideale. Tutti sono necessari. Purtroppo nessuno ha trovato la soluzione (quindi ha la condizione sufficiente) . Aggiungo meno male. Sono tanti i soggetti interessati. Cambia moltissimo il “soggetto” anzi “il target” dell’azione: PA locale, centrale, la comunità, la scuola, la Politica. In tutto questo l’alfabetizzazione culturale sul digitale è molto indietro per cui spiegare e coinvolgere funzionari e cittadini è veramente complicato. Servono in continuazione metafore e codici di traduzione tra le parti. Purtroppo come dice Piero Dominici siamo vittime delle categorie in cui viviamo. Dall’estrema specializzazione formativa che lavorativa, questo ha creato larghe sacche di incomunicabilità. Ergo il famoso ecosistema in un’economia circolare dei dati, non si riesce mai a mettere in piedi..

Grazie ancora Erika per questo tuo lavoro.

Piersoft

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